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Beware of Darkness: la musica nei film di Zach Cregger

Zach Cregger è uno degli autori più chiacchierati nell’ambito dell’horror contemporaneo. Prima di dedicarsi al cinema, però, ha cominciato la propria carriera nella comicità come membro del collettivo The Whitest Kids U’ Know. Un’esperienza apparentemente lontana dal genere attuale, ma che aiuta a comprendere il suo modo di lavorare: Cregger tende infatti a partire da situazioni riconoscibili e quotidiane per spingerle gradualmente verso l’assurdo, la violenza e l’inquietudine.

Il suo esordio alla regia horror, Barbarian, ha mostrato immediatamente questa particolare sensibilità. Il film comincia come un thriller domestico fondato su una situazione banalissima — una casa affittata da due sconosciuti — e si trasforma progressivamente in un incubo fatto di abusi, traumi e mostruosità. Con Weapons, Cregger ha ampliato ulteriormente il proprio sguardo, costruendo una narrazione corale in cui la scomparsa di alcuni bambini diventa il punto di partenza per indagare la paura collettiva, i segreti familiari e la fragilità delle comunità.

Il suo stile nasce proprio dall’incontro tra generi diversi: l’horror convive con la commedia nera, il thriller con il dramma familiare, mentre la tensione viene spesso interrotta da momenti grotteschi o da improvvisi cambi di prospettiva. Cregger non cerca soltanto di spaventare: è interessato soprattutto a mettere i personaggi davanti a situazioni in cui le loro convinzioni morali vengono messe alla prova. Anche per questo, nei suoi film la musica assume un ruolo molto importante: le canzoni non si limitano a sostenere l’atmosfera, ma diventano strumenti per introdurre contrasti, anticipare temi e suggerire significati che le immagini non dichiarano apertamente.

Anche nel più recente Resident Evil, brani appartenenti soprattutto alla tradizione pop e rock degli anni ’60 e ’70 convivono con immagini di violenza, paura e disorientamento: il risultato non è soltanto una contrapposizione tra suono e immagine, ma una forma di commento emotivo. Le canzoni sembrano dire qualcosa che i personaggi non riescono a esprimere, oppure anticipano una verità che lo spettatore comprenderà soltanto in seguito.

Barbarian: la mangusta contro il serpente

In Barbarian, uno dei momenti musicalmente più significativi arriva con Riki Tiki Tavi di Donovan. Pubblicata nel 1970 all’interno dell’album Open Road, la canzone prende ispirazione dal personaggio di Rikki-Tikki-Tavi, la mangusta protagonista di un racconto di Rudyard Kipling. Il brano parla della lotta contro un serpente e, più in generale, il confronto tra una creatura apparentemente piccola e una minaccia più grande di lei.

La canzone appare in un momento in cui il film sembra quasi concedersi una pausa rispetto alla tensione crescente. Ma il suo contenuto non è affatto estraneo a ciò che Barbarian sta costruendo: sotto la superficie di una situazione quotidiana si nasconde un pericolo che non può essere affrontato soltanto attraverso la razionalità. La mangusta di Donovan è un animale che combatte per sopravvivere; il suo coraggio ha qualcosa di infantile, quasi fiabesco, ma anche di ferocemente concreto.

Questa ambivalenza si lega bene al film e soprattutto alla sua riflessione sulla maternità deformata, sull’istinto e sulla sopravvivenza. In Barbarian, il mostruoso non nasce semplicemente da una malvagità astratta: è il risultato di violenze, abusi e di un ambiente che ha trasformato il corpo in una prigione. La canzone, con il suo tono leggero e narrativo, introduce una dimensione da filastrocca che rende ancora più inquietante ciò che accade.

Weapons: attenti all’oscurità

In Weapons, la scelta musicale appare ancora più strutturale. Il film si apre con Beware of Darkness di George Harrison, leggendario membro dei Beatles, contenuta all’interno dello splendido All Things Must Pass del 1970. La canzone è un avvertimento contro le forme di oscurità che possono insinuarsi nella vita: illusioni, paura, avidità, dolore e influenze negative capaci di alterare la percezione della realtà.

L’apertura è quindi già una dichiarazione d’intenti: l’oscurità di cui parla Harrison non è soltanto quella fisica o soprannaturale, ma anche quella morale e psicologica. In Weapons, dove una comunità viene sconvolta dalla scomparsa simultanea di numerosi bambini, il brano assume il valore di un presagio. La canzone suggerisce che il male non arriverà necessariamente dall’esterno: potrebbe essere già presente nelle persone, nelle famiglie e nelle istituzioni che dovrebbero proteggere i più vulnerabili.

La voce, malinconica ma non disperata, introduce un tono quasi spirituale. Il film non viene presentato soltanto come un thriller o un horror, ma come una storia in cui la paura nasce dalla perdita di fiducia nel mondo. La musica sembra così chiedere allo spettatore di osservare con attenzione ciò che si nasconde dietro la normalità.

Resident Evil: spoiler alert

Si, è in arrivo un piccolissimo spoiler, perché la canzone che Cregger ha scelto per questo recente film, arriva proprio nei titoli di coda.

Si tratta di Animal Farm dei Kinks, una delle band più importanti ed influenti della cosiddetta British Invasion. Scritto dal leader Ray Davies, e pubblicato nel 1968 all’interno dell’incredibile e innovativo concept album The Kinks Are The Village Green Preservation Society, il brano utilizza l’immagine della fattoria come metafora di una società organizzata secondo gerarchie, sfruttamento e rapporti di potere. Il riferimento al mondo animale richiama inevitabilmente la trasformazione degli esseri umani in creature governate dall’istinto, ma anche l’idea di una comunità in cui pochi controllano molti.

Posizionare la canzone nei titoli di coda significa allargare la prospettiva oltre l’orrore immediato. Dopo la violenza e il caos, il brano introduce una lettura più politica e sarcastica: il vero mostro potrebbe non essere soltanto la creatura infetta, ma il sistema che la produce, la gestisce e la utilizza.

La leggerezza ironica dei Kinks entra così in contrasto con il tono apocalittico del film. È una scelta che impedisce alla conclusione di essere puramente celebrativa o spettacolare. La canzone lascia una domanda: in una società dominata dal controllo, dalla tecnologia e dalla logica del profitto, chi sono davvero gli animali?

Quale sarà il prossimo film? E quale la prossima canzone?

Queste scelte suggeriscono una forte attrazione di Cregger per la musica degli anni ’60 e ’70, ma è prudente non trasformare questa ricorrenza in una dichiarazione d’autore poiché non c’è una sua conferma diretta. Al di là delle eventuali influenze personali, ciò che emerge dai suoi film è una precisa idea di utilizzo della musica: brani riconoscibili, spesso legati alla memoria collettiva, che vengono sottratti al loro contesto originario e inseriti dentro immagini disturbanti.

Cregger sembra interessato soprattutto alla distanza tra ciò che una canzone promette e ciò che lo schermo mostra. Una melodia spirituale può accompagnare una catastrofe; una canzone ironica può trasformare un finale horror in una riflessione sulla società.

Appare più evidente, quindi, come la musica nei suoi film non serva a spiegare l’orrore, bensì a renderlo più ambiguo, più umano e, proprio per questo, più difficile da dimenticare.

In attesa del prossimo film, e delle prossime chicche musicali, qui c’è una playlist con le canzoni presenti nei lungometraggi citati: buon ascolto!

Pubblicato inApprofondimento

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