Huangyan shenghuo (o Big Little Things) di Michelle Zhou è un debutto intimo, personale e visivamente curato. La regista e sceneggiatrice cinese, basata tra Los Angeles e Pechino, porta a Venezia 83, nella sezione Orizzonti, una storia che parte da un vissuto personale per raccontare qualcosa di più ampio: il rapporto tra individuo, famiglia e aspettative sociali nella Cina contemporanea. Il film nasce dall’omonimo cortometraggio del 2023 e sviluppa una materia autobiografica, legata all’esperienza della regista e della sua compagna Chun Yu con il coming out e il conseguente conflitto familiare.
Di cosa parla il film
Al centro c’è Lei, una giovane donna che torna ad Harbin per il Capodanno lunare. La famiglia la sottopone alle consuete pressioni perché si sistemi e trovi un marito. Lei decide allora di portare a casa un ragazzo che conosce, chiedendogli di fingere di essere il suo fidanzato. Il piano dovrebbe permetterle di mantenere nascosta la relazione con la sua vera compagna, Li Bei. Ma quando quest’ultima arriva improvvisamente a casa dei genitori, il castello di Lei comincia a crollare.
È proprio attraverso questa bugia che Zhou costruisce il conflitto principale del film: da una parte c’è la relazione sentimentale, dall’altra quella familiare. E in mezzo c’è Lei, costretta continuamente a scegliere quale parte di sé mostrare e quale nascondere.
La famiglia diventa così un luogo dove ogni comportamento è regolato dalle apparenze. Quando il finto fidanzato visita la casa dei genitori, commenta che “solo la cucina è per tua madre, tutto il resto è di tuo padre”: una battuta apparentemente semplice che restituisce una struttura profondamente patriarcale, dove anche gli spazi domestici sembrano stabilire il ruolo di uomini e donne. Zhou mostra una società in cui la donna sembra avere valore soprattutto quando riesce a rispettare le aspettative familiari e a salvare la facciata.
Nascondersi dietro un’ apparente rispettabilità
Il film non trasforma però questa dinamica in un semplice scontro tra vittima e carnefice. Quando arriva Li Bei, Lei comincia a vedere con maggiore chiarezza le contraddizioni della propria famiglia. Il piano costruito fino a quel momento inizia a cedere e la protagonista comprende progressivamente che anche il suo tentativo di proteggere tutti attraverso la menzogna ha un prezzo.
Interessante è anche il rapporto tra Lei e Li Bei. La compagna critica continuamente il fatto che Lei non si sia ancora dichiarata con la famiglia, eppure continua a starle accanto. È una contraddizione importante perché impedisce al film di ridurre la relazione a una semplice dinamica tra chi ha ragione e chi ha torto. Entrambe sono prigioniere, in modi diversi, di una situazione che non riescono ancora ad affrontare.
Sulle orme del maestro
Zhou lavora molto sulla dimensione visiva. Il contrasto cromatico tra blu e giallo è evidente: il blu domina inizialmente gli esterni innevati di Harbin, mentre il giallo avvolge gli interni domestici. Ma quello che dovrebbe essere il colore del calore familiare diventa progressivamente anche quello della chiusura, mentre il freddo degli esterni sembra lasciare spazio a una forma di libertà. L’influenza di Wong Kar-wai si percepisce soprattutto nella costruzione delle immagini e nel modo in cui gli spazi diventano parte dello stato emotivo dei personaggi.
La macchina a mano e il montaggio di Xinzhu Liu danno al film un ritmo naturale, seguendo gli spostamenti e le tensioni senza appesantire la narrazione. La fotografia di Hark Xu lavora invece molto bene sulla contrapposizione tra gli ambienti domestici e il paesaggio innevato.
Tra le immagini più suggestive c’è quella di Lei e del padre che giocano sulla neve mentre, sullo sfondo, incombe una centrale nucleare. È una composizione semplice ma efficace: la normalità familiare convive con qualcosa di enorme e minaccioso appena fuori dall’inquadratura.
Zhou dissemina inoltre piccoli segnali ricorrenti. Ogni volta che un personaggio deve nascondere qualcosa, compare un maglioncino a collo alto: un dettaglio forse involontario, forse simbolico, ma che sembra trasformare il gesto di coprirsi il collo in un ulteriore modo per parlare del segreto. Più discutibile, a mio parere, è la scena in cui la verità viene parzialmente svelata dallo screensaver del notebook, che mi è apparsa come una soluzione narrativa un po’ frettolosa e ingenua.
Rimane poi una zona volutamente ambigua nella scena sessuale tra Lei e il finto fidanzato. È consenso? Curiosità? Un tentativo di capire qualcosa di sé? Oppure una situazione in cui il confine del consenso diventa problematico? Il film non offre una risposta definitiva e questo può lasciare qualche dubbio, anche perché la scena modifica per un momento la percezione del rapporto tra i due.
La realtà della Cina
Un altro punto di forza di Big Little Things è il modo in cui descrive il contesto sociale in cui è ambientato. Sebbene l’omosessualità non sia più considerata un reato in Cina, il peso della tradizione e il timore del giudizio sociale spingono molti giovani queer a nascondersi, a vivere relazioni clandestine o a ricorrere a xinghun (matrimoni di convenienza) pur di non deludere i genitori.
Emerge così il conflitto generazionale tra il desiderio di autodeterminazione della nuova generazione e la morale collettiva radicata nei rituali familiari, dove il mantenimento delle apparenze sociali (mianzi) vale spesso più della verità personale.
Non è un film perfetto: alcuni passaggi narrativi risultano prevedibili e certe ambiguità non vengono sviluppate fino in fondo. Ma come esordio possiede una qualità difficile da costruire a tavolino: una verità emotiva sincera. Michelle Zhou parte dalla propria esperienza per raccontare una società sospesa tra ciò che è e ciò che dice di essere. E lo fa senza cercare grandi risposte, ma osservando le piccole bugie quotidiane attraverso cui, spesso, cerchiamo semplicemente di sopravvivere.

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