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Her Private Hell (2026): l’inferno privato di Refn

A 10 anni dallo splendido ed incompreso The Neon Demon, Nicolas Winding Refn torna al cinema con Her Private Hell, un’opera molto particolare che sembra proseguire il percorso sempre più astratto intrapreso dal regista danese negli ultimi anni. Dopo le serie Too Old to Die Young e Copenhagen Cowboy, Refn sembra essersi allontanato definitivamente dalla struttura narrativa tradizionale per avvicinarsi a un cinema fatto di suggestioni, simboli, corpi, colori e atmosfere. Her Private Hell è infatti più vicino alle sue recenti produzioni televisive che ai suoi cult cinematografici del recente passato, e ancora una volta divide proprio per la sua scelta di mettere l’estetica davanti alla storia.

Al centro del cinema di Refn rimane una delle sue ossessioni principali: l’esplorazione della perdita di controllo. I suoi personaggi cercano di dominare il proprio corpo, gli altri o la realtà che li circonda, finendo spesso per precipitare in una forma di autolesionismo quasi estatico. In Her Private Hell questa idea prende la forma di una fiaba horror e fantascientifica ambientata in una metropoli futuristica, fumosa e decadente, sospesa tra una Tokyo cyberpunk e un’immaginaria Londra degna di Jack lo Squartatore. Il risultato è un’astrazione onirica che mescola vaporwave, fantascienza anni ’60, giallo e horror all’italiana e addirittura suggestioni alla Blade Runner.

Johnny Thunders and the Heartbreakers

La protagonista è Elle (interpretata magnificamente da Sophie Thatcher), giovane attrice che vive in una gigantesca metropoli avvolta dalla nebbia. Il film la mostra emergere da fumi blu, quasi come una creatura proveniente da un altro mondo. Elle vive all’ombra del padre Johnny Thunders (Dougray Scott) e della giovane matrigna Dominique. Parallelamente compare Private K, un soldato americano (nei suoi panni il bravissimo Charles Melton) impegnato nella ricerca della figlia scomparsa. Le due storie procedono inizialmente su binari separati, ma finiscono progressivamente per intrecciarsi, mentre intorno ai protagonisti si muove la leggenda del Leather Man, una figura misteriosa responsabile di brutali omicidi.

Come spesso accade nel cinema di Refn, però, la trama è soprattutto un pretesto per costruire un mondo. Il film sembra funzionare secondo la logica di un sogno, dove i rapporti tra causa ed effetto diventano secondari e le immagini assumono un valore simbolico. Anche la storia del soldato diventa progressivamente una sorta di specchio di quella di Elle: lui è devastato dalla perdita della figlia al punto da non provare più nulla, trasformandosi in una macchina di distruzione; lei è invece sempre più intrappolata in un rapporto morboso con il padre, incapace di accettare la presenza della matrigna, quasi sua coetanea.

Il trionfo dell’estetica

Visivamente, Her Private Hell è immediatamente riconoscibile. L’apertura dominata dal blu, con la macchina da presa che stringe su Elle dopo una panoramica della città, richiama inevitabilmente alcune atmosfere di Blade Runner. Ma Refn costruisce poi un contrasto costante tra tonalità fredde degli esterni e colori caldi degli interni. Sophie Thatcher viene spesso associata al rosso, che la separa visivamente dagli altri personaggi e ne anticipa la progressiva trasformazione.

La gestione degli spazi è molto interessante. Refn utilizza simmetrie, profondità di campo e geometrie architettoniche per trasformare hotel, camere e corridoi in veri e propri labirinti mentali. Anche la macchina da presa sembra spesso osservare i personaggi dall’esterno, come se fossero figure all’interno di un’enorme scenografia. È una scelta che avvicina il film non solo a Blade Runner, ma anche all’horror italiano, soprattutto nel finale, quando gli spazi diventano sempre più claustrofobici mentre la protagonista perde progressivamente il controllo.

La scenografia è uno dei punti di forza del film. La città sembra appartenere contemporaneamente al futuro e al passato: neon, nebbia, abiti punk, locali notturni e figure vestite di pelle convivono con elementi che sembrano usciti da un fumetto fantascientifico degli anni ’60. I riferimenti alla cultura punk-rock e alternative, a partire dal nome Johnny Thunders fino alla presenza di “Nico” e a una colonna sonora dominata dalle ottime musiche di Pino Donaggio, contribuiscono in modo decisivo all’atmosfera sospesa e melodrammatica del film.

Anche l’orrore arriva secondo le regole di Refn. Il primo omicidio è costruito attraverso l’attesa: le luci si spengono, il buio prende possesso dell’inquadratura e poi l’esplosione improvvisa della violenza, che rivela un corpo squarciato. Più avanti arrivano anche alcune sequenze d’azione molto riuscite e un paio di momenti splatter decisamente efficaci. Refn alterna così contemplazione e brutalità, lentezza e inaspettate esplosioni di sangue.

Fare film è come andare in guerra

Il film è inoltre attraversato da numerose frasi enigmatiche che noi abbiamo scelto di interpretare così:

  • “Making a movie is like going to war”: la battuta assegnata a Dougray Scott (che nel film interpreta proprio un regista) definisce una concezione del cinema che sembra appartenere tanto al personaggio quanto allo stesso Refn.
  • “I’m just taking my face off”: Elle si toglie il pesante trucco davanti allo specchio. È più di un semplice gesto: togliersi il “volto” significa togliere una maschera, mettere in discussione l’identità costruita fino a quel momento.
  • “I am victim of the mist”, oppure “It’s not the mist you need to worry about, but what it brings”: la nebbia non è semplicemente un elemento atmosferico: è la materializzazione di qualcosa che impedisce di vedere chiaramente. E ciò che emerge da quella nebbia è il trauma.

Interessanti sono anche Ms. T e Ms. S: le vediamo comparire dapprima come sarte, poi come commesse in un negozio di bambole, o anche solo come semplici testimoni degli eventi. Le loro figure rimandano quasi alle tre streghe del Macbeth: appaiono, infatti, come entità onnipresenti, silenziose e a tratti inquietanti che osservano il dipanarsi dell’incubo privato di Elle, simboleggiando la natura artificiale e manipolata della realtà in cui si muove la protagonista.

Il genio di Refn oltre ogni ostacolo

Non tutto però funziona allo stesso modo. L’uso insistito degli enigmi e delle simbologie può sembrare dispersivo e alcuni personaggi sembrano più idee che persone. La storia del Leather Man, inoltre, rimane sfuggente. Nel finale Refn spinge ancora di più sull’astrazione, con scenografie suggestive, il fucsia che invade l’immagine e un uso del rallenti forse eccessivo.

Eppure, secondo noi, è proprio questa radicalità a rendere Her Private Hell interessante. Refn non sembra voler tornare al cinema che lo ha reso grande. Vuole proseguire nella direzione intrapresa negli ultimi anni, dove il racconto si dissolve e rimane il cinema nella sua forma più pura: l’immagine.

Her Private Hell è quindi un film imperfetto, ma anche un’opera che ribadisce una cosa importante sul cinema di Refn: quando la storia smette di essere centrale, sono le immagini a dover parlare. E in questo inferno privato, continuano a farlo con una forza che il regista non sembra avere alcuna intenzione di attenuare.

Pubblicato inRecensione

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