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Keeper (2025): l’horror nel destino

Osgood Robert Perkins, detto Oz, nasce nel 1974 a New York, figlio del celebre Anthony Perkins (il Norman Bates di Psycho). Comincia la sua carriera nel mondo del cinema nel 1983, proprio al fianco del padre, interpretando una giovane versione di Norman Bates in Psycho II. Con un background del genere, viene quasi da pensare che l’horror fosse nel suo destino.

Negli ultimi anni si è difatti affermato come uno degli autori più interessanti dell’horror contemporaneo. Più che sulla paura immediata, il suo cinema lavora sulle atmosfere, sul disagio e sulla lenta trasformazione della realtà in qualcosa di ambiguo e minaccioso. Keeper prosegue questo percorso e lo fa attraverso un racconto che mescola folk horror, tensione psicologica e suggestioni oniriche.

Di cosa parla il film

Il film segue una giovane donna che raggiunge insieme al compagno una baita isolata immersa nella natura. Quella che dovrebbe essere una tranquilla fuga dalla quotidianità si trasforma progressivamente in un’esperienza sempre più inquietante. Strani comportamenti, tensioni latenti e presenze difficili da interpretare iniziano a incrinare l’apparente serenità della coppia, mentre il luogo stesso sembra nascondere qualcosa di oscuro.

Come accade spesso nel cinema di Perkins, gli eventi servono soprattutto a costruire uno stato mentale. Keeper infatti non è un film particolarmente interessato a fornire spiegazioni continue o a costruire colpi di scena spettacolari. Il suo obiettivo è immergere lo spettatore in una situazione di costante incertezza.

Un horror femminista

La prima metà procede con un ritmo lento e volutamente ipnotico. Perkins dedica molto tempo alla relazione tra i protagonisti e ai piccoli dettagli che ne rivelano gli squilibri. Il film osserva con attenzione le dinamiche di controllo, le insicurezze e quelle che oggi definiremmo “red flag“, lasciando che il disagio emerga gradualmente.

Molti degli elementi horror finiscono quindi per intrecciarsi con questioni legate al possesso, ai confini e alle strutture di potere presenti all’interno della relazione. Chi controlla chi? Chi ha il diritto di occupare uno spazio? Chi stabilisce le regole?

Sono domande che attraversano l’intero film e che diventano sempre più importanti man mano che la vicenda assume contorni soprannaturali.

A mio parere, Keeper può essere letto come un folk horror incentrato sul tema della rivincita femminile: da un lato abbiamo Malcolm (interpretato da un altro figlio d’arte, ovvero Rossif Sutherland) che incarna la mascolinità tossica e il controllo, e che cambia lentamente il suo ruolo passando dall’essere una sorta di custode protettivo, a vero e proprio carceriere psicologico; dall’altro lato abbiamo Liz (una straordinaria Tatiana Maslany), la cui voglia di sopravvivenza diventa un atto di violenta emancipazione.

Una tensione quasi hitchcockiana

Uno degli aspetti più riusciti dell’opera è sicuramente la regia. Perkins dimostra ancora una volta una notevole sensibilità visiva, soprattutto nel modo in cui utilizza gli spazi interni della baita. Corridoi, porte e stanze vengono organizzati all’interno dell’inquadratura per generare una costante sensazione di disagio. Pur ambientando gran parte della storia nello stesso luogo, il regista riesce a mantenere alta la tensione e a far percepire una minaccia costante.

In alcuni momenti il lavoro sulla suspense richiama addirittura il cinema di Hitchcock. Non perché i due autori abbiano uno stile simile, ma per la capacità di costruire tensione attraverso l’attesa e la gestione dello spazio.

Anche le musiche di Edo Van Breemen svolgono un ruolo fondamentale nel rafforzare il senso di isolamento e di crescente minaccia.

Accanto alla componente folk horror emerge anche una dimensione più onirica. Alcune sequenze sembrano infatti avvicinarsi al cinema di David Lynch, soprattutto quando il film abbandona la logica narrativa tradizionale per entrare in territori più simbolici e disturbanti.

Ad esempio la scena del sogno con la modella Minka che si sdoppia suggerisce la perdita di identità delle vittime, così come l’apparizione di una strana donna con un sacchetto di plastica a coprire il volto vuole anticipare il destino tragico a cui vanno incontro le donne ospiti di quella baita.

Un’inquietudine che ti resta dentro

Il terzo atto rappresenta il momento più divisivo del film. Dopo una lunga preparazione psicologica, Perkins abbandona ogni prudenza e porta il racconto verso territori decisamente più deliranti e metafisici. Alcuni spettatori potrebbero trovarlo eccessivo, ma è proprio qui che emerge con maggiore chiarezza la personalità del regista e il suo interesse per un horror che privilegia il simbolo rispetto alla spiegazione.

Perkins non è un autore che punta sulla trama o sui colpi di scena. Vuole costruire le sue opere più sulle sensazioni, sulle immagini e sull’atmosfera. È un horror che preferisce insinuarsi lentamente nello spettatore piuttosto che aggredirlo frontalmente.

E proprio per questo riesce a lasciare il segno molto più a lungo di molti film più rumorosi e immediati.

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Pubblicato inRecensione

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