Per quasi cinquant’anni Steven Spielberg ha guardato verso il cielo.
Lo ha fatto con lo stupore del bambino, con la curiosità dello scienziato e con l’immaginazione del narratore. Da Close Encounters of the Third Kind a Disclosure Day, l’ignoto è sempre stato associato a ciò che si è da subito rivelato uno dei principali dogmi del regista: la possibilità che esista qualcun altro nell’universo oltre a noi.
Con il suo ultimo film, però, questo particolare dogma assume una forma diversa, perché gli alieni restano al centro della storia, ma non sono più il vero argomento del film.
La forza dell’esperienza
Come spesso accade nelle opere più mature, il fantastico diventa uno strumento per parlare dell’essere umano. Gli extraterrestri sono un pretesto narrativo attraverso cui Spielberg mette a nudo le paure contemporanee, la perdita di empatia, la crisi delle istituzioni e il bisogno di una nuova spiritualità in un mondo sempre più frammentato.
Il risultato è probabilmente uno dei film più personali e divisivi della sua carriera. Ma indipendentemente dalle opinioni, è difficile ignorarne la potenza visiva, la complessità concettuale e l’impressionante controllo della messa in scena.
Come si sviluppa il film
La struttura narrativa si suddivide nei classici tre atti.
Il primo colpisce per il suo realismo quasi spietato. Spielberg descrive una società sull’orlo del collasso morale, incapace di ascoltare, comprendere o fidarsi dell’altro. L’umanità che osserviamo non è minacciata dagli alieni, ma dalla propria indifferenza.
Il secondo atto abbraccia invece di più l’azione. Inseguimenti, fughe e rivelazioni si susseguono con un ritmo crescente, sostenuti da una regia straordinariamente dinamica. I piani sequenza e le inquadrature elaborate permettono a Spielberg di valorizzare simultaneamente una grande moltitudine di personaggi, costruendo alcune delle sequenze più spettacolari della sua filmografia recente.
Infine arriva il terzo atto, ed è qui che il film rivela davvero la propria natura.
L’indagine sugli UFO si trasforma progressivamente in una riflessione metafisica. Le domande centrali non riguardano più la provenienza degli extraterrestri, ma il significato stesso della conoscenza.
A chi appartiene la verità?
Chi ha il diritto di custodirla?
Cosa accadrebbe alle nostre convinzioni religiose se scoprissimo definitivamente di non essere soli nell’universo?
Sono interrogativi che attraversano tutto il film e che trasformano Disclosure Day in qualcosa di molto più vicino a un manifesto filosofico e politico che a un blockbuster fantascientifico.
L’opera assume infatti i contorni di un vero e proprio j’accuse contro le istituzioni che manipolano le informazioni e privano la collettività del diritto di conoscere.
Da questo punto di vista il film appare quasi come una dichiarazione programmatica a favore della disclosure: non tanto una rivelazione sugli UFO, quanto una riflessione sul rapporto tra verità, potere e libertà.
Un casting eccellente e ben amalgamato
Anche il cast contribuisce in maniera decisiva alla riuscita dell’opera.
Emily Blunt offre una delle interpretazioni più intense della sua carriera nel ruolo di Margaret Fairchild, accompagnando il personaggio lungo un percorso emotivo complesso e credibile.
Josh O’Connor costruisce invece un eroe atipico, fragile e profondamente umano, distante dai modelli tradizionali.
Colin Firth è altrettanto sorprendente. Il suo antagonista non è mai una figura malvagia in senso assoluto. È un uomo plasmato dal peso delle responsabilità, dalle paure e da ferite personali che hanno progressivamente deformato la sua visione del mondo.
Ma è forse Hugo, interpretato da Colman Domingo, il personaggio più significativo dell’intera opera. Più che una figura narrativa, Hugo sembra incarnare una presenza simbolica: è il saggio che accompagna Margaret e Daniel lungo il cammino verso la rivelazione. Colui che ha già attraversato il mistero e che ora aiuta gli altri a comprenderlo.
In molte scene appare quasi come un alter ego dello stesso Spielberg.
Non il giovane regista che guardava il cielo con meraviglia negli anni ’70, ma l’autore maturo che oggi invita il pubblico a interrogarsi sul significato della verità e sulla responsabilità che essa comporta.
Alieni e animali: da Taken a Disclosure Day
Particolarmente affascinante è anche il modo in cui Spielberg rappresenta gli extraterrestri: invece di assumere forme minacciose, questi esseri iper-evoluti scelgono di manifestarsi attraverso animali del bosco: il cervo, la volpe e il cardinale.
Una scelta che richiama direttamente lo stesso espediente narrativo utilizzato nella serie Taken, prodotta dallo stesso Spielberg.
Gli animali diventano così mediatori tra due mondi: messaggeri spirituali che permettono agli extraterrestri di comunicare con la parte più pura e vulnerabile dell’essere umano.
Non è un caso che il cardinale, nella tradizione popolare anglosassone, sia spesso associato alla presenza degli angeli e al contatto con una dimensione trascendente.
Più che invasori, questi alieni sembrano guide.
Più che conquistare l’umanità, cercano di salvarla da sé stessa.
La maturità artistica porta alla saggezza
Guardando Disclosure Day emerge una sensazione precisa.
Questo non è soltanto un nuovo film di Spielberg.
È la sintesi e allo stesso tempo la decostruzione del suo intero percorso fantascientifico.
L’entusiasmo ingenuo di Close Encounters of the Third Kind lascia spazio a una consapevolezza più complessa: l’ignoto non è più una meraviglia da contemplare, ma una verità da affrontare.
Come negli ultimi lavori di autori quali Martin Scorsese o Francis Ford Coppola, anche Spielberg sembra aver raggiunto una fase della carriera in cui il cinema diventa un luogo di confessione personale.
Non cercano più di stupire. Cercano di raccontarci loro stessi: ciò che li ha influenzati, ciò che li ha cresciuti, ciò in cui credono.
E sono forse questi i film che preferisco: perché la sensibilità filosofica e la perfezione artistica con cui sono realizzati non possono non toccare (ed anche commuovere) chi il cinema lo ama e lo vive come una vera e propria fede.
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