“Le illusioni fanno male, ma sono terribilmente reali”.
Questa frase, pronunciata durante Resurrection (titolo originale Kuángyê shídài), sembra contenere già l’intero senso dell’ultimo film di Bi Gan. Il giovane regista cinese, classe 1989, costruisce sempre opere che si muovono sul sottile confine tra memoria, realtà e sogno – basti pensare al precedente Un lungo viaggio nella notte, che lo ha imposto all’attenzione della critica internazionale come uno dei più importanti autori contemporanei. Con Resurrection, però, il suo sguardo si allarga ulteriormente: non racconta più soltanto i sogni dei suoi personaggi, ma il sogno stesso del cinema.
Il cinema come ultimo rifugio dei sognatori
In un futuro indefinito, l’umanità ha rinunciato alla capacità di sognare in cambio di una maggiore longevità. Una donna viene incaricata di dare la caccia ai cosiddetti “Deliranti”, ovvero creature che continuano ostinatamente a sognare rifugiandosi all’interno dei film. Ne trova uno nascosto in una pellicola muta, intento a nutrirsi di papaveri in una fumeria d’oppio pur di mantenere vivi i propri sogni, e scopre anche qualcosa di inatteso: nel corpo della creatura (le cui sembianze ricordano il Nosferatu di Murnau) è custodito un vecchio proiettore cinematografico. Inserendo una pellicola al suo interno, gli permette di rivivere i ricordi della sua esistenza attraverso una serie di sogni, racconti e frammenti, che coincidono in realtà con un viaggio nella storia del cinema.

Presentato in concorso a Cannes nel 2025, in cui ha ottenuto il Premio speciale della giuria ed il plauso di gran parte della critica, il film appare come una vera e propria dichiarazione d’amore per la settima arte. Non un semplice omaggio, ma una riflessione sulla capacità del cinema di creare fantasmi, desideri e memorie quando il mondo reale sembra averli dimenticati.
La trama procede quindi per frammenti, episodi e suggestioni più che per una vera linearità narrativa. Fin dalle prime immagini veniamo trasportati in una dimensione sospesa, quasi primordiale. Bi Gan in ogni episodio rende omaggio ad un determinato genere o a una particolare era cinematografica.
Un lungo viaggio nella storia del cinema
Il primo segmento è un magnifico rimando al noir classico. Un detective che ricorda Humphrey Bogart. Una valigetta enigmatica che passa di mano in mano. Un nano che distribuisce biglietti ferroviari e sembra conoscere il destino di tutti. Anche la musica assume un ruolo fondamentale, trasformando l’indagine in una sorta di trance ipnotica.

Nel secondo episodio, un ex monaco buddhista si ritrova a dialogare con lo “Spirito dell’amarezza” nato da un suo dente caduto: uno splendido scambio di battute che sembra parlarci del dolore, della memoria e della necessità di convivere con i propri fantasmi.
Successivamente, il Delirante veste i panni di Jia, un giovane truffatore che assume una bambina come sua complice nel tentativo di raggirare un ricco businessman, il quale è alla ricerca di qualcuno con poteri psichici. Il rapporto che si instaura tra i due rappresenta uno dei momenti più toccanti ed autentici di tutto il film.
Il piano sequenza come marchio di fabbrica
La parte conclusiva è ambientata durante la notte di Capodanno del 1999 e racconta la storia di Apollo, un giovane punk che si invaghisce dell’affascinante coetanea Tai Zhaomei, ed è un piano sequenza di quasi 30 minuti, che ha richiesto oltre 2 settimane di lavorazione.
Come per Un lungo viaggio nella notte, Bi Gan concentra in un unico movimento di macchina tutta la sua arte, dal messaggio visivo a quello più concettuale: una storia d’amore che funge come ultima fuga mentale di una creatura condannata solo perché desidera continuare a sognare.
In mezz’ora c’è tutto: i due giovani attraversano la notte rincorrendosi tra locali, strade deserte e ritrovi criminali. La macchina da presa non li perde mai di vista e il piano sequenza diventa una sorta di flusso ininterrotto di emozioni. I colori si trasformano, gli ambienti assumono significati diversi e lo spettatore finisce per abbandonarsi completamente al movimento del sogno.

Una storia d’amore senza fine
Molti critici hanno definito Resurrection un film sul cinema. E in effetti lo è. Ma è soprattutto un film su ciò che il cinema conserva quando tutto il resto scompare.
Forse è proprio questo che Bi Gan vuole suggerirci: intendere il cinema non solo come un’arte, ma come un vero e proprio luogo spirituale, di culto. L’ultimo rifugio possibile per chi continua a credere nella forza delle immagini, dei ricordi e delle illusioni.
E allora la domanda finale non riguarda l’opera, ma noi spettatori: quando le luci si accendono e il sogno finisce, quanto di ciò che abbiamo vissuto sullo schermo continua a vivere dentro di noi?
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