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Eojjeol suga eopda: No Other Choice (2025)

Eravamo abituati a parlare di vendetta, della sua natura ossessiva e distruttiva.

Ma con No Other Choice (titolo originale Eojjeol suga eopda) Park Chan-wook fonde in maniera grottesca thriller, noir e commedia nera per raccontarci la disoccupazione non come un problema economico, ma per ciò che spesso diventa davvero: una crisi dell’identità.

Girato nel 2025, e distribuito nella sale italiane a partire dall’1 Gennaio 2026, questo film rappresenta probabilmente una delle opere più mature del regista sudcoreano, che parte dalla critica sociale per trasformarsi gradualmente in una riflessione amara sulla dignità, sull’alienazione e sulla paura di diventare inutili.

Non c’è altra scelta

È il secondo adattamento cinematografico del romanzo The Ax di Donald E. Westlake (il primo era stato l’interessante Le Couperet di Costa-Gravas del 2005).

Il protagonista qui è Man-su, caporeparto di una grande azienda cartaria coreana. Quando la società viene acquisita da investitori americani, prova inizialmente a battersi per difendere i diritti dei lavoratori. Ma la sua battaglia dura poco. Il licenziamento arriva comunque e, con esso, il crollo di tutte le sue certezze.

Rimane solo l’anguilla, simbolo di un inutile risarcimento materiale capitalista di fronte alla perdita della propria dignità ed identità professionale.

In una delle prime sequenze, vediamo Man-su partecipare a un gruppo di sostegno per uomini che hanno perso il lavoro: “sono un capofamiglia, farò qualsiasi cosa”, afferma. È una frase apparentemente innocua, ma che contiene già tutto il film, perché No Other Choice vuole raccontarci proprio questo: ciò che accade quando una persona lega completamente il proprio valore alla professione che svolge.

Cadono le certezze, aumentano le insicurezze

La famiglia continua ad abbracciarlo, come nella bellissima scena di inizio film. La moglie trova persino un impiego part-time per fornire un ulteriore supporto economico. Ma lui vive tutto questo come una sconfitta personale. Le automobili vengono vendute. Gli abbonamenti alle piattaforme cancellati. Perfino i cani di famiglia devono essere affidati ad altri.

La casa, invece, no: quella casa è il simbolo della sua rispettabilità sociale. È la casa in cui è nato, quella che era riuscito a ricomprare dopo anni di sacrifici. Rinunciarvi significherebbe ammettere il fallimento. E per Man-su il fallimento è qualcosa di insopportabile.

Da questo momento il film comincia lentamente a mutare forma, e subentra un elemento a dir poco inquietante: la logica apparentemente razionale della competizione.

Quando pubblica un falso annuncio di lavoro per identificare i propri concorrenti, Man-su scopre la verità: esistono candidati più esperti e più qualificati di lui. È il momento in cui comprende di non essere bravo come credeva, e da lì in avanti la sua discesa diventa inevitabile.

Le vittime che incontra non sono mostri. Sono uomini fragili, disperati, spesso sconfitti dalla vita quanto lui. Eppure la loro sola esistenza rappresenta un ostacolo: “non c’è altra scelta”. La frase ritorna continuamente nel film fino a diventare un mantra.

Tra commedia e tragedia

Park mette in scena questa deriva con un equilibrio sorprendente tra tragedia, grottesco e commedia nera. Emblematica è la sequenza del primo omicidio: i guanti da cucina che vengono rimossi dalla pistola seguendo il ritmo della musica, i dialoghi quasi coperti dal volume assordante delle casse, i personaggi che gridano senza che noi possiamo realmente ascoltarli.

La violenza diventa assurda, quasi ridicola, e proprio per questo ancora più disturbante.

A livello tecnico, No Other Choice rappresenta probabilmente uno dei punti più alti raggiunti da Park Chan-wook. Ogni movimento di macchina, ogni stacco di montaggio, ogni scelta fotografica appare calibrata con precisione chirurgica.

Mi ha molto colpito, ad esempio, la scena del primo colloquio di lavoro svolto da Man-su in cui la luce riflessa dalla finestra colpisce continuamente il suo volto, impedendogli di vedere chiaramente chi ha davanti. Non è soltanto una soluzione estetica: è la rappresentazione visiva di un uomo che non riesce più a comprendere il mondo che lo circonda.

Anche il noir ritorna, seppur trasformato. Le indagini sulle sparizioni esistono, ma la polizia appare costantemente in ritardo rispetto agli eventi. Non c’è un detective capace di riportare ordine nel caos e, come nel miglior cinema di Park, il disordine diventa la nuova normalità.

La vera svolta arriva quando Man-su, sobrio da nove anni, si ritrova costretto a bere mentre è in compagnia della terza vittima. Prima di farlo ripete ancora una volta: “non c’è altra scelta”. Poco dopo, inebriato dai fumi dell’alcol, si strappa da solo il dente che lo tormentava da giorni.

È una scena brutale, ma anche profondamente simbolica: come quel dente, anche la sua coscienza è ormai diventata qualcosa da estirpare.

Ha vinto il capitalismo?

Nel finale il protagonista ottiene finalmente il lavoro che desiderava. La famiglia torna alla normalità. I cani sono di nuovo a casa. La figlia, che per tutto il film aveva comunicato soltanto attraverso strani disegni e frasi ripetute, suona finalmente il violoncello.

Sembra un lieto fine.

Ma Park Chan-wook è troppo intelligente per concedercelo davvero.

L’ultima inquadratura mostra fabbriche, macchinari e processi automatizzati. I robot svolgono ormai anche il lavoro che Man-su considerava il cuore della propria professione. La sua esultanza sembra vana.

I titoli di coda scorrono sopra immagini di disboscamento.

La distruzione della natura diventa un modo per denunciare le logiche disumanizzanti del capitalismo occidentale.

E la domanda che rimane sospesa è forse la più inquietante di tutte: quanto siamo disposti a sacrificare pur di continuare a sentirci indispensabili?

Puoi trovare No Other Choice a questo link

Pubblicato inRecensione

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