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The Long Goodbye (1973): il noir dopo la fine del sogno

In The Big Sleep, il Marlowe di Bogart attraversa un mondo corrotto ma ancora leggibile. Le regole sono dure, spesso ingiuste, ma esistono. In The Long Goodbye, diretto da Robert Altman, quel mondo sembra ormai dissolto. Non c’è più un ordine da ristabilire, né un codice morale a cui aggrapparsi. C’è solo un uomo fuori dal tempo che continua a muoversi come se nulla fosse cambiato.

La fine del sogno americano

Il Philip Marlowe interpretato da Elliott Gould non è più l’investigatore duro e sicuro del passato. È distratto, ironico, quasi spaesato. Si muove in una Los Angeles luminosa e disillusa, lontana dalle ombre nette del noir classico. E proprio questa luce, apparentemente neutra, contribuisce a generare una sensazione di estraneità: il mondo non è più oscuro, ma vuoto.

Altman costruisce il film come una lunga deriva, un attraversamento lento e disordinato di incontri e situazioni che sembrano sfuggire a una logica precisa. I dialoghi si sovrappongono, i personaggi parlano spesso senza ascoltarsi davvero, e la macchina da presa si muove con fluidità quasi distratta, come se osservasse tutto con un certo distacco. È un cinema che rinuncia al controllo assoluto e accetta l’imprevisto, lasciando emergere una realtà fragile e instabile.

Questa instabilità rende The Long Goodbye sorprendentemente vicino a una dimensione onirica. Non nel senso di immagini surreali o visioni esplicite, ma in quello più sottile della percezione alterata. Gli eventi sembrano accadere con una logica sfocata, esattamente come sfocate sono le lenti della camera da presa, esattamente come nei sogni in cui le azioni si susseguono senza una vera urgenza. Marlowe attraversa questo mondo come un sopravvissuto, un uomo che continua a ripetere gesti appartenenti a un’epoca ormai conclusa.

Non cede alle lusinghe delle vicine libertine, vive accerchiato da persone piene di insicurezze e lati oscuri, compreso Marty Augustine, un villain atipico ed imprevedibile, lontanissimo dai canoni classici, che pare essere, a tratti, una versione primitiva del Frank Booth di Lynchiana memoria.

Il noir diventa cinico e disilluso

Il critico Roger Ebert descrisse il film come una riflessione su un personaggio che si comporta come se il mondo fosse ancora quello degli anni Quaranta, mentre tutto intorno è cambiato. Questo scarto temporale è il cuore del film: Marlowe non è soltanto fuori luogo, è quasi una figura fantasmica, un residuo di un immaginario che non esiste più.

Dal punto di vista tecnico, Altman abbandona le ombre nette del noir classico e costruisce uno spazio aperto, luminoso, apparentemente realistico. Ma proprio questa normalità visiva genera inquietudine. Non ci sono più nascondigli evidenti, eppure tutto sembra sfuggire alla comprensione. Il mistero non si nasconde nelle tenebre, ma nella banalità quotidiana.

Ecco perché The Long Goodbye appare come un film di transizione fondamentale: il noir smette di avere una struttura narrativa vera e propria e diventa uno stato mentale. Non è più una storia di indagini e colpe, ma una riflessione sulla perdita di senso e sull’impossibilità di ritrovare un ordine nel caos contemporaneo. Marlowe continua a muoversi, a fare domande, a cercare risposte. Ma ciò che trova non è una verità definitiva, bensì la consapevolezza che il mondo in cui credeva è ormai svanito, come il suo amato gatto.

Come accade nei sogni più strani, resta soltanto una sensazione: quella di essere rimasti soli in uno spazio che non riconosciamo più.

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Pubblicato inRecensione

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