Lo avevamo già intuito osservando Lost Highway: nel cinema di David Lynch il noir non serve più a risolvere un mistero, ma a smarrirsi dentro di esso. Con Mulholland Drive, questa trasformazione raggiunge forse la sua forma più compiuta. Il noir classico, Hollywood, il melodramma romantico e il sogno americano collassano in un unico flusso ipnotico dove desiderio, fallimento e identità si confondono continuamente.
C’è stato un incidente su Mulholland Drive
Il film si apre nella notte, lungo la strada che dà il titolo all’opera. Una limousine attraversa Mulholland Drive prima di fermarsi improvvisamente. Una donna dai capelli scuri — Laura Harring — sopravvive a un incidente e fugge smarrita dentro una Los Angeles irreale, sospesa, quasi vuota. Poco dopo incontra Betty, interpretata da Naomi Watts, giovane attrice appena arrivata in città con il sogno ingenuo di conquistare Hollywood.

Betty è luminosa, sorridente, piena di entusiasmo. Sembra appartenere a un altro film, quasi a un melodramma classico degli anni Cinquanta. Rita — nome scelto dal personaggio della Harring osservando un poster di Rita Hayworth — è invece misteriosa, fragile, priva di memoria. Insieme tentano di ricostruire la sua identità, dando apparentemente al film una struttura investigativa. Ma, come sempre accade in Lynch, l’indagine non porta alla verità: conduce dentro un sogno che lentamente si sgretola.

La prima parte di Mulholland Drive possiede infatti una qualità profondamente onirica. I dialoghi sembrano leggermente irreali, gli ambienti assumono contorni sospesi, i personaggi entrano ed escono dalla storia come apparizioni. Hollywood stessa viene rappresentata come una macchina astratta che crea e distrugge identità, un luogo dove il desiderio prende forma visiva prima di trasformarsi in ossessione.
No hay banda!
Come in Lost Highway, Lynch costruisce un universo in cui la realtà viene deformata dalla mente del protagonista pur di evitare qualcosa di insopportabile. Betty e Rita non sono soltanto due personaggi: sono immagini ideali, proiezioni emotive costruite per riscrivere il dolore, il fallimento e il senso di colpa.
Il Club Silencio rappresenta forse il centro emotivo e teorico del film. “No hay banda”, ripete il presentatore: non c’è orchestra, non c’è realtà, tutto è illusione. Eppure le emozioni restano autentiche. Lynch sembra suggerire che il cinema, come il sogno, funzioni proprio così: una costruzione artificiale capace però di generare dolore reale.
Quando finalmente si apre la misteriosa scatoletta blu, comprendiamo che ciò che abbiamo osservato fino a quel momento potrebbe essere una fantasia elaborata da Diane Selwyn (sempre la Watts), attrice fallita divorata dall’amore ossessivo per Camilla (ancora la Harring).
La trasformazione di Betty in Diane è uno dei momenti più devastanti del cinema lynchiano. L’energia luminosa e ingenua della prima parte lascia spazio a un mondo grigio, sporco, segnato dalla frustrazione e dalla perdita. L’amore idealizzato si rivela impossibile, mentre Hollywood appare definitivamente come un luogo che consuma e distrugge chi non riesce a sopravvivere alle sue illusioni.
La distruzione del sogno hollywoodiano
Il critico Roger Ebert definì Mulholland Drive un film da vivere più che da comprendere, ed è probabilmente questa la chiave migliore per attraversarlo. Cercare una soluzione definitiva significa tradirne la natura. Il film non vuole essere decifrato completamente, ma abitato, attraversato come uno spazio mentale in continua trasformazione.

È forse il lavoro di Lynch più apprezzato, tanto da valere il premio per la miglior regia a Cannes nel 2001, ed è anche ritenuto da molti esperti come il film artisticamente più importante post 2000 (finora ovviamente). Un’opera in cui Hollywood diventa il luogo perfetto per mettere in scena la frattura tra ciò che siamo e ciò che avremmo voluto essere. Un luogo dove i sogni si consumano lentamente fino a trasformarsi in ossessioni che tornano sempre a perseguitarci.
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