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Color Out of Space (2019): il dipinto di Richard Stanley

Trasporre H.P. Lovecraft al cinema è sempre stata una sfida. Il problema non è soltanto raccontare le sue storie, ma rendere visibile ciò che, per definizione, dovrebbe essere impossibile da comprendere o descrivere. Color Out of Space di Richard Stanley è sicuramente uno dei tentativi moderni più riusciti di affrontare proprio questo ostacolo.

Il colore venuto dallo spazio

Tratto dall’omonimo racconto del 1927, il film narra dell’arrivo di uno strano meteorite nella proprietà della famiglia Gardner. Da quel momento qualcosa di indefinibile comincia a contaminare la terra, gli animali e gli esseri umani, trasformando progressivamente la fattoria in un luogo fuori dalle normali coordinate della realtà.

Cominciamo col dire che il punto di forza del film è la regia: Stanley non cerca semplicemente di illustrare Lovecraft, ma prova a trovare un linguaggio cinematografico per rappresentare il suo orrore cosmico. E la soluzione è proprio quel colore che dà il titolo all’opera.

Fin dalle prime inquadrature dei boschi, accompagnate dalla voce narrante, il mondo sembra essere invaso da tonalità fucsia e magenta. All’inizio il colore appare quasi come un elemento estetico, una presenza insolita all’interno del paesaggio. Poi comincia lentamente ad avanzare, a contaminare l’ambiente, fino a diventare una vera e propria entità.

La scelta del magenta è particolarmente efficace anche sul piano concettuale. Il magenta, infatti, non corrisponde a una singola lunghezza d’onda dello spettro visibile: è una percezione costruita dal nostro cervello attraverso la combinazione di altre frequenze. Stanley trasforma quindi in immagine qualcosa che, fisicamente, non esiste come colore spettrale. È una scelta perfettamente coerente con Lovecraft e con la sua idea di una presenza indescrivibile, qualcosa che l’essere umano non può arrivare a comprendere.

Un colore che porta alla follia

Il film comincia come un dramma familiare. I Gardner vivono isolati nella campagna, cercando di ricostruire una quotidianità complicata dopo la scoperta del tumore che affligge Theresa. Lavinia, adolescente attratta dall’esoterismo e dai rituali, sembra già essere quella più sensibile alla presenza di qualcosa che non appartiene al nostro mondo.

Quando il meteorite cade, accompagnato poi da un violento temporale e da lampi che sembrano risvegliarne il colore, l’atmosfera cambia progressivamente. Inizialmente ogni fenomeno sembra poter avere una spiegazione razionale. È proprio questa ricerca di una causa concreta a rendere ancora più inquietante ciò che sta accadendo. Presto, però, diventa evidente che il colore non sta semplicemente contaminando l’ambiente: sta modificando la realtà.

Gli animali sono i primi a manifestare trasformazioni sempre più orribili. La natura stessa sembra perdere la propria forma, mentre anche gli esseri umani iniziano a cambiare mentalmente e fisicamente.

Qui Color Out of Space si trasforma definitivamente in un body horror disturbante. La sequenza in cui il raggio viola colpisce madre e figlio, con i loro corpi che successivamente iniziano a fondersi, è una delle immagini più forti del film. Non c’è più distinzione tra individuo e materia: il colore annienta l’identità e trasforma il corpo in qualcosa di nuovo e incomprensibile.

Nicolas Cage sugli scudi

Parallelamente, Stanley porta avanti la distruzione psicologica della famiglia. Nicolas Cage, nel ruolo di Nathan Gardner, offre un’interpretazione volutamente sopra le righe, ma perfettamente coerente con la progressiva perdita di controllo del personaggio. Prima massacra gli alpaca, poi rimane ipnotizzato davanti a un televisore che trasmette soltanto quello stesso magenta impossibile, parlando come se ci fosse ancora la moglie Theresa al suo fianco, come se lei non fosse più la creatura irriconoscibile che è diventata.

È una delle immagini più significative del film: il colore non si limita a rovinare fisicamente ciò che incontra, ma fa anche impazzire chi lo osserva.

Le musiche di Colin Stetson contribuiscono splendidamente a questa discesa. Le atmosfere sonore accompagnano il film dal dramma familiare iniziale fino all’esplosione psichedelica della seconda metà, senza mai perdere quella sensazione di minaccia che sembra provenire da qualcosa di infinitamente più grande dei protagonisti.

Nel finale Lavinia comprende ciò che gli altri personaggi hanno continuato a rifiutare: non è possibile combattere il colore. Rimane soltanto l’accettazione della sua superiorità.

Ed è proprio attraverso questa accettazione che Stanley raggiunge la dimensione più autenticamente lovecraftiana del film. Il colore divora la fattoria, la realtà sembra aprirsi e per un istante possiamo intravedere qualcosa che esiste oltre il nostro mondo.

Non è una vittoria né una sconfitta. È la semplice manifestazione di una forza cosmica che esiste indipendentemente dall’uomo.

Richard Stanley sembra suggerire che per adattare Lovecraft non bisogna necessariamente spiegare ciò che accade. Bisogna farlo percepire.

E così il colore diventa carne, follia, luce e distruzione. Diventa qualcosa che possiamo vedere ma che, proprio come nella storia originale, non possiamo assolutamente capire.

“It’s just a color, but it burns!”

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Pubblicato inRecensione

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