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L’estranea (2026): la famiglia perfetta di Paolo Strippoli

Molti genitori farebbero qualsiasi cosa per proteggere i propri figli. Alcuni invece sarebbero disposti anche a sacrificarli pur di non rinunciare all’immagine che hanno costruito di sé. È in questa contraddizione che si muove L’estranea, il nuovo film di Paolo Strippoli, presentato in concorso a Venezia 83 e scelto per rappresentare l’Italia nelle selezioni per i prossimi Oscar.

Classe 1993, Strippoli – con il suo terzo film e mezzo – prosegue il percorso nel cinema di genere italiano, confermando l’interesse per le relazioni familiari e per la violenza che può nascondersi dietro una normalità solo apparente. Il risultato è un’opera che guarda al soprannaturale per raccontare qualcosa di molto terreno: l’egoismo, il bisogno di riconoscimento sociale e la pretesa dei genitori di decidere il destino dei figli. Più che un horror puro, L’estranea è un thriller psicologico che lavora sull’angoscia, con qualche richiamo al cinema di Yorgos Lanthimos e una sensibilità visiva che, in alcuni momenti, rimanda a Dario Argento.

Chi è l’estranea?

La storia si muove tra il 1999 e il presente. Siamo a Bari. Anna e Walter sembrano avere tutto: una vita agiata, una posizione sociale invidiabile e due figli sui quali proiettare ambizioni e aspettative. Alice è una bambina che comincia ad affacciarsi al mondo dello spettacolo, mentre Tobia sembra destinato a un futuro promettente come calciatore. Ma un evento drammatico sconvolge gli equilibri familiari e porta Anna a incontrare una donna misteriosa, l’estranea del titolo, con cui stringe un patto dalle conseguenze difficili da immaginare.

Anni dopo, in una Roma sommersa dalla pioggia, Anna si presenta dalla figlia Alice (Romana Maggiora Vergano) per raccontarle una verità rimasta nascosta troppo a lungo. Il film si articola quindi in 5 capitoli che ricostruiscono la storia attraverso ricordi e racconti, lasciando emergere le responsabilità dei singoli componenti della famiglia.

Il riferimento al classico patto con il diavolo è evidente, ma Strippoli lo utilizza soprattutto come mezzo per mettere a nudo i desideri dei personaggi. L’estranea non si limita a offrire una via d’uscita: porta in superficie ciò che ciascuno vorrebbe ottenere, anche a costo di danneggiare gli altri. La componente soprannaturale diventa così una lente attraverso cui osservare una famiglia che, dietro la propria facciata rispettabile, è già attraversata da egoismi e frustrazioni.

Una borghesia piccola piccola

Il bersaglio principale è una piccola borghesia ossessionata dalle apparenze, che ostenta uno status sociale spesso più fragile di quanto voglia ammettere. Walter, interpretato da un efficace Adriano Giannini, incarna una mascolinità frustrata, legata al denaro e al prestigio, sempre impegnata a dimostrare di appartenere a un mondo superiore rispetto alle proprie origini. La sua autorità si manifesta soprattutto tra le mura domestiche, dove il bisogno di controllo si traduce in prepotenza e umiliazione.

Ancora più feroce è il ritratto di Anna, interpretata straordinariamente da Jasmine Trinca. La sua preoccupazione per i figli sembra inizialmente giustificare ogni scelta, ma il film smonta progressivamente questa immagine materna. Anna non riesce a separare il bene dei ragazzi dalle proprie aspirazioni irrealizzate: soprattutto nel rapporto con Alice, la figlia diventa lo strumento attraverso cui tentare di recuperare una carriera mancata. Le pressioni per ottenere provini e occasioni professionali, persino nei momenti più difficili, rivelano una forma di egoismo che la protagonista continua a confondere con l’amore. A questo si aggiunge la sua incapacità di accettare pienamente l’identità sessuale della ragazza, mostrando quanto il controllo genitoriale possa arrivare a negare l’autonomia dei figli.

Strippoli: un talento ormai maturo

Sul piano della messa in scena, Strippoli dimostra una notevole attenzione alla composizione delle immagini. La festa familiare, con gli invitati tutti vestiti di bianco, è uno dei momenti più riusciti: le zoomate verticali, dall’alto verso il basso e viceversa, trasformano lo spazio in una specie di coreografia sociale, mentre le bambine danzano sulle note di Narcotic dei Liquido. La canzone, pubblicata nel 1998, è più di un semplice richiamo nostalgico: il suo utilizzo assume un valore narrativo che contribuisce a legare l’apparente spensieratezza della festa a ciò che il film nasconde sotto la superficie.

Il contrasto con il presente è netto. La luminosità quasi artificiale del passato lascia spazio a una Roma plumbea, attraversata da una pioggia incessante che sembra minacciare di sommergere la città. L’acqua diventa una presenza costante, quasi apocalittica, mentre il montaggio e il sonoro aumentano il senso di disagio. Tra le immagini più efficaci c’è quella del corridoio dell’ospedale, immerso nell’oscurità e chiuso in fondo da una porta illuminata, pochi attimi prima dell’incontro con l’estranea: una composizione semplice, ma capace di trasformare uno spazio ordinario in una soglia inquietante.

L’arrivo dell’estranea, interpretata in maniera sublime da Valeria Bruni Tedeschi, segna un ulteriore cambiamento nel tono del film. L’attrice costruisce una figura ambigua, imprevedibile, che alterna naturalezza e minaccia senza mai chiarire del tutto le proprie intenzioni. I suoi gesti — come il modo particolare in cui incrocia le mani — acquistano peso grazie alla sottolineatura sonora, mentre gli incontri con Anna sono attraversati da una tensione quasi sensuale, fatta di sguardi, sussurri e distanze ravvicinate. Il rapporto tra le due donne assume così una dimensione insieme psicologica e perturbante.

Tra omaggi artistici e scaltrezza nostalgica

Non mancano gli omaggi al cinema horror italiano: il sangue che affiora dal lavandino, le improvvise accensioni del rosso e alcune inquadrature rotanti richiamano l’immaginario di Argento, mentre il sound design cerca spesso di aggredire lo spettatore più che accompagnarlo. La ricorrenza della spirale, visiva e simbolica, rafforza l’idea di un circolo vizioso dal quale i personaggi non riescono a uscire. Anche le rotelle di liquirizia che Anna mangia compulsivamente diventano un dettaglio coerente con questa ossessione.

Il film, però, non è privo di debolezze. La ricostruzione del 2006 nel terzo capitolo appare prevedibile e banale, come dimostra il ricorso alla vittoria dell’Italia ai Mondiali per sottolineare un momento emotivo. Anche il primo piano sul Nokia 3310 sembra cercare una complicità nostalgica facile, senza che il dettaglio risulti davvero convincente per il contesto sociale rappresentato. Sono piccole forzature che ricordano allo spettatore la presenza del regista proprio quando il racconto dovrebbe apparire più spontaneo. Inoltre, alcuni passaggi insistono sulla ricerca dell’effetto, mentre la tensione psicologica funziona meglio quando le immagini lasciano spazio all’ambiguità.

Resta un’opera interessante per la capacità di intrecciare il thriller soprannaturale con una critica concreta alla famiglia come istituzione idealizzata. L’estranea suggerisce che il male non arrivi necessariamente dall’esterno: può trovare terreno fertile nei desideri che non sappiamo riconoscere, nelle aspettative imposte ai figli e nella paura di perdere ciò che gli altri pensano di noi. Strippoli costruisce un racconto cupo, sostenuto anche da un cast ben amalgamato. E lascia che siano le immagini, fino all’ultimo, a mantenere aperta la domanda più scomoda: quanto può costare una famiglia perfetta?

Pubblicato inRecensione

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