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Oasis: Don’t Look Back In Anger (2026) di Lovelace e Southern

Ho ascoltato gli Oasis per la prima volta nell’estate 1996, ad un amico avevano da poco regalato il CD Festivalbar ’96, andai a casa sua e mi disse “devi sentire questa canzone”: era proprio Don’t Look Back In Anger e ne rimasi folgorato.

In quella stessa estate accompagnai mia nonna ad un viaggio a Torino con la parrocchia del paese e passai l’intero viaggio in autobus (andata e ritorno) ad ascoltare ripetutamente ed ossessivamente (What’s The Story) Morning Glory?.

Sono passati 30 anni: i Gallagher hanno accompagnato la mia crescita dall’infanzia all’età adulta. Ho scoperto molta musica grazie a loro, ho conosciuto molti amici grazie a loro, sono stati la colonna sonora del mio diploma, della mia laurea, e addirittura del mio matrimonio.

Come me ci sono milioni di altri esempi, perché in fondo è proprio questo che Oasis: Don’t Look Back In Anger vuole dirci: hanno cambiato e dato un significato alla vita di tanti, ed ognuno ha una sua storia particolare ed una sua unicità, e la reunion del 2025 è stata un’occasione per ritrovarsi tutti insieme ancora una volta per celebrare ciò che è stato.

The great wait is over

Il film parte subito spedito: dopo un breve riassunto della parabola della band, si arriva al momento della rottura del 2009, attraverso le immagini amatoriali della folla di Parigi e l’annuncio dello scioglimento. Poi, quasi senza lasciare il tempo di metabolizzare quella fine, arriva la reunion. Liam e Noel tornano insieme e ci si sposta immediatamente verso il presente: le prove, i dubbi, l’attesa e infine il tour mondiale.

È una struttura semplice, ma efficace, perché permette al documentario di raccontare contemporaneamente il passato degli Oasis e il significato che hanno ancora oggi.

Credo che uno dei meriti principali della sceneggiatura di Steven Knight sia, infatti, quello di non limitarsi a utilizzare l’archivio per celebrare la nostalgia. Il passato e il presente vengono continuamente messi in dialogo attraverso il montaggio.

Lovelace e Southern: i maestri del docufilm musicale

La regia di Will Lovelace e Dylan Southern è senza dubbio il punto forte del film. Alcune sequenze delle prove sono costruite con una precisione quasi musicale: i membri della band e lo staff che si spostano nello spazio sembrano comporre una piccola coreografia, mentre gli strumenti vengono sostituiti attraverso tagli rapidi e movimenti che ricordano una danza. Lo stesso accade durante i concerti, quando il montaggio alterna immagini del passato e del presente sulle stesse canzoni.

Il risultato è particolarmente efficace perché suggerisce che, nonostante siano passati sedici anni dalla separazione, gli Oasis non siano mai davvero usciti dalla memoria collettiva.

A questo contribuisce anche il modo in cui viene filmato Liam.

In diverse sequenze la luce sembra quasi isolare il cantante dal resto dell’ambiente. Lui, con il tamburello sulla testa o davanti a decine di migliaia di persone, assume una postura quasi messianica: non tanto quella di una rockstar irraggiungibile, quanto quella di qualcuno che sembra possedere una sicurezza assoluta nei propri mezzi.

Noel appare invece inizialmente più prudente, quasi dubbioso davanti alla dimensione enorme della reunion. È interessante vedere come la sicurezza del fratello contribuisca progressivamente a rafforzarlo. Due personalità opposte che, ancora una volta, sembrano funzionare proprio perché apparentemente inconciliabili.

Una band che appartiene a tutti

Il vero cuore del documentario, però, non sono necessariamente Liam e Noel.

Sono i fan.

In ogni città il film introduce la storia di una persona diversa, creando una sorta di mosaico umano che dimostra quanto la musica degli Oasis abbia varcato qualsiasi confine.

È particolarmente significativo il racconto di una fan orientale, che spiega come la musica della band abbia, per lei, una funzione diversa rispetto a quella di molti altri artisti: quando stai male, gli Oasis non cercano semplicemente di tirarti su. Scendono con te. E proprio perché condividono quella sofferenza, ti danno gli strumenti per risalire.

È probabilmente una delle idee più belle dell’intero film.

Gli Oasis non vengono raccontati come una band capace di risolvere i problemi delle persone, ma come un gruppo in grado di farle sentire meno sole.

E questo spiega anche l’incontro generazionale mostrato nel documentario. Ai concerti non c’è soltanto chi li ha vissuti negli anni ’90, ma anche la nuova generazione. Padri e madri che portano con sé figli e nipoti, permettendo a quelle canzoni di continuare a vivere.

Il film, inoltre, non dimentica le radici della band. Manchester e Dublino, per esempio, non sono semplicemente i luoghi da cui tutto è cominciato: sono parte integrante dell’identità degli Oasis. Noel è categorico anche nel dire che, per questo, loro non potranno mai essere accostati a idee di destra: la loro musica nasce dalla working class britannica e parla a un pubblico altrettanto trasversale.

Don’t Look Back In Anger

Alla fine, comunque, il documentario parla soprattutto di riconciliazione.

Non soltanto quella tra Liam e Noel, ma quella tra una band e il proprio pubblico. Dopo anni di litigi, separazioni e attese, il tour diventa quasi un’occasione per chiudere una ferita rimasta aperta.

E il ringraziamento finale ai fan, insieme al riconoscimento della loro pazienza, sembra essere rivolto non soltanto a chi ha aspettato la reunion, ma a un’intera generazione che ha continuato ad ascoltare quelle canzoni mentre loro non esistevano più.

Oasis: Don’t Look Back in Anger funziona quindi quando smette di essere semplicemente il racconto del tour degli Oasis e diventa il racconto di cosa significhi appartenere a qualcosa.

Perché gli Oasis non sono soltanto Liam e Noel Gallagher.

We’re all part of The Masterplan!

Pubblicato inRecensione

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