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…e tu vivrai nel terrore! – L’aldilà (1981) di Lucio Fulci

Se Paura nella città dei morti viventi evocava l’immaginario di H.P. Lovecraft attraverso il richiamo a Dunwich e all’orrore cosmico, …e tu vivrai nel terrore! – L’aldilà compie forse un passo ulteriore. Pur non essendo un adattamento ufficiale, il film è chiaramente ispirato da The Dreams in the Witch House, uno dei racconti più visionari dello scrittore di Providence, pubblicato nel 1933.

Come nel testo di Lovecraft, un edificio apparentemente ordinario diventa il punto di accesso verso dimensioni sconosciute, dove le leggi dello spazio e del tempo cessano di avere significato. Non è un caso che Fulci costruisca il suo film attorno a un albergo edificato sopra una delle sette porte dell’Inferno: un luogo che, proprio come la casa della strega Keziah Mason, si trasforma in una soglia tra il mondo umano e un altrove incomprensibile.

Il libro di Eibon

La storia prende avvio in Louisiana, nel 1927. Un pittore, accusato di essere uno stregone, viene brutalmente linciato all’interno dell’albergo dove alloggia, che si dice sia costruito sopra una delle sette porte dell’Inferno. Decenni dopo, una giovane donna eredita proprio quell’hotel e decide di ristrutturarlo, ignara del male che si nasconde sotto le sue fondamenta.

L’incipit è già una dichiarazione d’intenti. Il bianco e nero iniziale conferisce alla sequenza un sapore quasi leggendario, mentre il linciaggio dello stregone assume il valore di un rito capace di spalancare davvero le porte dell’Inferno. Il tutto alternato magistralmente (grazie al montaggio di Vincenzo Tomassi) a immagini del presente, con la giovane Emily che legge il misterioso libro di Eibon. Subito dopo, i titoli di testa accompagnano il passaggio al colore attraverso il fuoco che nasce dal libro stesso, quasi a segnare il confine tra il mito e l’incubo che sta per prendere forma. Le musiche di Fabio Frizzi contribuiscono immediatamente a creare un’atmosfera sospesa, malinconica e profondamente inquietante.

Come nel precedente film della trilogia, anche qui la trama conta relativamente. Fulci non è interessato a spiegare ogni evento né a costruire un racconto perfettamente lineare. Ciò che gli interessa è trascinare lo spettatore dentro un universo dove le normali coordinate spazio-temporali cessano di esistere. Gli avvenimenti seguono la logica del sogno, o meglio dell’incubo: è proprio questa libertà narrativa a rendere L’aldilà un’opera ancora oggi sorprendentemente moderna.

Un orrore che rende ciechi

Dal punto di vista visivo, il film rappresenta uno dei vertici del cinema di Fulci. La regia insiste molto su primi e primissimi piani, soprattutto sugli sguardi dei personaggi, quasi a suggerire che l’orrore non si manifesti tanto negli eventi quanto negli occhi di chi è costretto a osservarli. Non è un caso che uno dei temi ricorrenti del film sia proprio la cecità. Chi entra davvero in contatto con l’orrore perde progressivamente la vista. Vedere significa conoscere, ma anche condannarsi.

Emblematica è la figura di Emily. Ogni sua apparizione è accompagnata da un’atmosfera irreale. Il primo incontro con la protagonista, lungo una strada completamente deserta immersa in una luce quasi spettrale, è uno dei momenti più suggestivi del film. La sua voce, distante ed echeggiante, sembra provenire da un luogo diverso dalla realtà. Emily conosce già il destino dell’albergo e tenta ripetutamente di mettere in guardia Liza, che però continua ostinatamente a seguire la propria volontà. È un meccanismo tipicamente lovecraftiano: la conoscenza esiste, ma chi potrebbe comprenderla sceglie di ignorarla.

Naturalmente L’aldilà è ricordato anche per alcune delle sequenze horror più celebri della storia del cinema italiano, come l’attacco dei ragni ai danni di Martin, o il volto di Mary Ann lentamente sciolto dall’acido. Gli effetti speciali, realizzati come sempre con mezzi limitati, conservano una forza visiva sorprendente proprio perché risultano fisici, concreti e tangibili.

Il gore, tuttavia, non rappresenta mai un semplice esercizio di spettacolarizzazione. Come già accadeva in Paura nella città dei morti viventi, la violenza diventa il linguaggio attraverso cui l’orrore cosmico si manifesta nel mondo materiale. La carne si decompone perché è la realtà stessa a decomporsi.

L’anarchia del cinema di Fulci

In questo senso è esemplare la figura di Jill, la figlia di Joe e Mary Ann. Dopo aver assistito impotente alla morte della madre, diventa a sua volta vittima dell’orrore in una delle sequenze più controverse del film.

Tra i tanti che hanno parlato di questo aspetto, voglio citare Federico Frusciante, celebre “anti-critico” e YouTuber, grande esperto di cinema horror, il quale evidenzia quanto questa scelta renda il film profondamente eversivo: nell’universo di Fulci il male non conosce innocenti e non rispetta alcuna convenzione narrativa o morale.

L’ultima parte del film è una delle più visionarie mai realizzate dal regista. L’assedio degli zombi all’ospedale – inseriti anche qui per ragioni produttive e commerciali – potrebbe sembrare un elemento estraneo alla storia, ma finisce per integrarsi perfettamente nella progressiva distruzione del reale. Quando, infine, i due protagonisti raggiungono il seminterrato dell’albergo, scoprono che non si tratta affatto di uno spazio fisico. È un luogo fuori dal tempo, una dimensione infernale dove i morti li chiamano sussurrando i loro nomi.

Il frame conclusivo è probabilmente uno dei più inquietanti dell’intera carriera di Fulci: i protagonisti perdono definitivamente la vista e rimangono intrappolati in un paesaggio desolato, condannati a vagare nell’aldilà.

A oltre quarant’anni dalla sua uscita, L’aldilà continua a rappresentare una delle esperienze più radicali del cinema horror. Un’opera che rinuncia deliberatamente alla logica per costruire un linguaggio fatto di immagini, musica, simboli e sensazioni. Fulci non vuole raccontare una storia nel senso tradizionale del termine. Vuole che lo spettatore attraversi un incubo.

“E ora affronterai il mare delle tenebre, e ciò che in esso vi è di esplorabile.“

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Pubblicato inRecensione

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