Quando si parla di Paura nella città dei morti viventi, è facile lasciarsi ingannare dal titolo. Fu una precisa richiesta della produzione, desiderosa di cavalcare il successo internazionale di Zombi 2. In realtà, il film di Lucio Fulci appartiene a un’altra tradizione: quella dell’orrore cosmico e dell’immaginario creato da H.P. Lovecraft, dove il vero terrore non nasce dai mostri, ma dalla consapevolezza che esistano forze antiche e incomprensibili, davanti alle quali l’essere umano può soltanto soccombere.
L’orrore di Dunwich
Già la sequenza iniziale chiarisce le intenzioni del regista. La macchina da presa attraversa il cimitero immerso nella nebbia, dominato da tonalità bluastre, mentre un prete compare in lontananza come una figura sospesa tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Poco dopo l’inquadratura si stringe su una lapide che reca un’iscrizione inequivocabile: “The soul that pines for eternity shall outspan death. You dweller of the twilight void. Come Dunwich”. È il primo di numerosi richiami all’universo lovecraftiano. Dunwich, come Salem, non è semplicemente un luogo: è un simbolo di un male ancestrale che continua a riaffiorare sotto la superficie della realtà.

La trama è volutamente essenziale: dopo il suicidio di padre Thomas nel cimitero di Dunwich, si dice che le porte dell’Inferno si siano spalancate. Una sensitiva, un giornalista e pochi altri personaggi cercano di impedire che il male invada definitivamente il mondo dei vivi. Ma raccontare la storia significa solo sfiorare il film. Fulci non costruisce una narrazione fondata sulla logica: costruisce un’esperienza sensoriale. Ed è proprio questa la sua grande forza.
La trama procede quasi per accumulo di immagini, apparizioni e intuizioni visive. Gli eventi sembrano spesso scollegati tra loro, ma seguono una logica diversa, quella dell’incubo. Non interessa tanto capire cosa stia succedendo quanto lasciarsi trascinare in uno spazio dove le leggi della realtà smettono gradualmente di funzionare.
Per questo, ritengo che Paura nella città dei morti viventi sia probabilmente uno dei film più onirici realizzati da Fulci.
Una lezione di tecnica del maestro Fulci
La regia contribuisce in maniera decisiva a questa sensazione. I movimenti di macchina sono lenti, quasi ipnotici. Moltissime inquadrature sembrano osservare i personaggi da dietro una tenda, una finestra o altri elementi dell’ambiente, come se fosse una presenza invisibile a spiarli. La macchina da presa non si limita a registrare gli eventi: assume il punto di vista di qualcosa che appartiene già all’aldilà.
Quando invece Fulci vuole colpire lo spettatore, cambia improvvisamente registro. Stringe rapidamente sui volti, sugli occhi, sui dettagli più inquietanti, trasformando il primo piano in uno strumento di aggressione visiva. È un linguaggio semplice ma estremamente efficace, che alterna contemplazione e shock senza mai perdere il controllo del ritmo.
Anche gli ambienti assumono un ruolo fondamentale. La fotografia di Sergio Salvati è uno degli elementi più straordinari del film: nebbia, controluce e dominanti blu avvolgono progressivamente Dunwich in un’atmosfera irreale, quasi sospesa nel tempo. Più la vicenda procede, più la città sembra perdere consistenza, trasformandosi in un luogo di confine tra il mondo materiale e quello spirituale.
A sostenere questa dimensione contribuiscono anche le splendide musiche di Fabio Frizzi. Le sue composizioni non accompagnano semplicemente le immagini, ma amplificano il senso di malinconia e di fatalismo che attraversa l’intera opera. Ogni sequenza sembra immersa in una sorta di trance, come se il tempo stesso scorresse con regole differenti.

Naturalmente Fulci è ricordato anche per il suo gusto estremo per il gore. La celebre scena in cui una ragazza inizia a lacrimare sangue per poi vomitare i propri organi interni, resta ancora oggi uno dei momenti più scioccanti dell’horror italiano. Lo stesso vale per la tormenta di vermi, il tutto realizzato artigianalmente e con budget irrisorio.
Esiste una possibilità di salvezza?
Lo splatter comunque non interrompe l’atmosfera lovecraftiana: la completa. Fulci utilizza la violenza fisica come manifestazione concreta di un orrore metafisico. I corpi si decompongono perché è la realtà stessa a essersi corrotta. Non assistiamo semplicemente a omicidi spettacolari, ma alla progressiva distruzione dell’ordine naturale.
Anche i personaggi sembrano muoversi secondo questa logica. John-John, il bambino che attraversa più volte la vicenda, assume quasi il ruolo di testimone innocente di un mondo che gli adulti non riescono più a comprendere. I tre uomini seduti al bar rappresentano invece la voce della comunità: osservano, commentano, minimizzano. Sono il volto dello scetticismo popolare, destinato però a cedere di fronte all’evidenza. Persino il terapista Jerry, inizialmente convinto che tutto possa essere spiegato razionalmente, è costretto ad arrendersi davanti all’impossibile.

Il montaggio di Vincenzo Tomassi contribuisce a rafforzare queste impressioni, soprattutto nell’enigmatico finale, volutamente frammentato e aperto a diverse interpretazioni. Fulci rifiuta qualsiasi spiegazione definitiva. L’incubo non si conclude: semplicemente si interrompe.
L’eredità lasciata da Fulci
A oltre quarant’anni dalla sua uscita, Paura nella città dei morti viventi continua a esercitare un’influenza enorme sul cinema horror internazionale. La sua capacità di privilegiare atmosfera, immagini e suggestioni rispetto alla narrazione tradizionale anticipa un modo di intendere l’horror che oggi ritroviamo in molti autori contemporanei, come Sam Raimi, Eli Roth e Quentin Tarantino.
È un’opera anarchica, imperfetta e profondamente personale. Un film che non chiede allo spettatore di capire tutto, ma di attraversare un incubo costruito con una libertà visiva ancora oggi sorprendente.
Perché il vero orrore, in fondo, non è ciò che emerge dalla tomba.
È la sensazione che il mondo, improvvisamente, abbia smesso di obbedire alle regole che credevamo di conoscere.
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