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Il lato oscuro del desiderio: dal noir classico all’incubo Lynchiano

Nel cuore del cinema noir classico si nasconde sempre una crepa, un punto in cui la realtà sembra spaccarsi per lasciar entrare qualcosa di più oscuro. È proprio in questo spazio ambiguo che si incontrano due opere lontane nel tempo ma particolarmente affini: The Woman in the Window di Fritz Lang e Blue Velvet di David Lynch. Due film che, pur appartenendo ad epoche diverse, condividono una stessa intuizione: il noir non è solo un genere narrativo, ma anche uno stato mentale.

Cenni storici sul genere noir

Il noir nasce come cinema dell’ombra: un cinema in cui la realtà non è mai del tutto stabile, e dove ogni gesto sembra destinato a produrre conseguenze imprevedibili.

Primi cenni di noir sono dovuti proprio a Fritz Lang con M, ma solitamente la nascita del genere viene fatta risalire agli anni ’40 e ’50 del secolo scorso. È un genere in cui si costruiscono mondi dominati spesso dall’ambiguità morale, dalla colpa, dal desiderio ma soprattutto, come osservava Paul Schrader, da un singolare tono visivo e mentale fatto di luci oblique, spazi compressi e una costante sensazione di fatalismo.

Nel tempo, questa visione del mondo ha subito varie trasformazioni, andando ad incrociarsi anche con la dimensione onirica, come vedremo a breve.

The Woman in the Window

Nel film di Lang, l’elemento perturbante nasce da un gesto apparentemente innocuo: uno sguardo. Il protagonista osserva il ritratto di una donna esposto in una vetrina, e da quel momento la realtà comincia lentamente a vacillare. Il quadro diventa una soglia, o una porta, che dà verso una dimensione ambigua abitata dal desiderio e dal pericolo. L’uso delle luci e delle ombre, elemento fondante del noir classico, non ha qui soltanto una funzione estetica ma psicologica: la città notturna diventa una proiezione dell’inconscio del protagonista.

Riprendendo gli studi del regista e critico Paul Schrader anticipati poco fa (e pubblicati nel suo celebre saggio Notes on Film Noir), potremmo dire che in The Woman in the Window il classico fatalismo del noir si traduce in una narrazione che sembra muoversi come un sogno inquieto: gli eventi si accumulano, il controllo sfugge, e la realtà è sempre più fragile e incerta.

Blue Velvet

È proprio questo aspetto quello che verrà più radicalmente rielaborato in Blue Velvet di David Lynch. Se Lang lavora sull’illusione della normalità che si incrina, Lynch costruisce fin da subito un mondo apparentemente perfetto, ma che è incredibilmente sporco e contaminato al suo interno: l’apertura del film – la cittadina americana idilliaca dell’era Reagan, i colori saturi, il giardino curato – è presto seguita dalla splendida discesa della macchina da presa sotto la superficie dell’erba, dove insetti aggressivi si annidano in un microcosmo nascosto. È una precisa dichiarazione poetica e politica: sotto l’ordine visibile si nasconde sempre qualcosa di oscuro e disturbante.

Dal punto di vista tecnico, Lynch spinge il linguaggio noir verso territori apertamente onirici: la musica diventa materia narrativa, le pause si allungano, i silenzi sono carichi di tensione. Il montaggio non mira alla linearità ma alla sospensione, creando momenti che sembrano sottrarsi alla logica della narrazione tradizionale. Il risultato è un’esperienza che ricorda la struttura del sogno: frammentaria, ambigua, emotivamente intensa.

Curiosità sui punti in comune dei due film

Gilles Deleuze ha descritto il cinema moderno come un passaggio dall’azione all’immagine-tempo, in cui il racconto si dilata e lascia emergere stati mentali più che i singoli eventi. Blue Velvet sembra incarnare perfettamente questa dimensione, perché non si limita a raccontare un’indagine, ma costruisce un’esperienza percettiva in cui lo spettatore appare costretto a farsi delle domande ed a confrontarsi con l’ambiguità delle immagini.

Eppure, nonostante le evidenti differenze stilistiche, i due film condividono una stessa architettura concettuale. Entrambi partono da una figura maschile apparentemente ordinaria, attratta da un’immagine femminile che diventa catalizzatore di un processo di discesa: in Lang, questa discesa assume i contorni di un incubo morale in cui il protagonista si ritrova intrappolato in una spirale di senso di colpa e paranoia; in Lynch, la caduta è più radicale e non riguarda solo il protagonista, ma l’intera dimensione del reale.

Il critico Robin Wood ha osservato come il cinema di Lynch lavori costantemente sulla tensione tra superficie e profondità, una tensione che è già presente nel noir classico, ma che con lui diventa molto più esplicita, quasi ossessiva.

Guardati insieme, The Woman in the Window e Blue Velvet sembrano dialogare attraverso i decenni: il primo costruisce le fondamenta di un immaginario fatto di ombre e desideri repressi, il secondo ne espande le possibilità fino a trasformare il sogno in un vero e proprio incubo.

È proprio in questo passaggio – dalla città notturna di Lang ai sobborghi disturbanti di Lynch – che il noir smette di essere solo un genere e diventa una forma di visione. Un modo di osservare il mondo in cui ogni immagine può nascondere un varco, e dove la realtà può trasformarsi improvvisamente in un universo onirico inquietante.

Puoi trovare questi due capolavori ai seguenti link:

The Woman in the Window

Blue Velvet

Quali sono le indagini che ti hanno scosso di più?

Pubblicato inApprofondimento

Un commento

  1. […] motel e strade deserte. Ma dietro quella nostalgia si nasconde sempre qualcosa di corrotto. In Blue Velvet, Lost Highway e Mulholland Drive (di cui abbiamo già ampiamente parlato nelle scorse settimane) il […]

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