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Dagon, la secta del mar (2001) di Stuart Gordon

Stuart Gordon è il regista cui si deve il geniale film splatstick Re-Animator del 1985. Il cineasta di Chicago è sempre stato un grande amante degli scritti di H.P. Lovecraft, tanto da portarne altri adattamenti sul grande schermo negli anni successivi: dopo Re-Animator, è stato infatti il turno di From Beyond nel 1986, e di Dagon, la secta del mar nel 2001.

Quest’ultimo, di cui vi parleremo oggi, è stato purtroppo vittima di una scarsa distribuzione nelle sale ed è finito quasi per cadere nel dimenticatoio, ma è forse uno dei film lovecraftiani più interessanti mai realizzati.

La maschera di Innsmouth

Pur intitolandosi Dagon, il film trae gran parte della sua struttura narrativa da The shadow over Innsmouth, riuscendo a trasferire sullo schermo quell’atmosfera di decadenza, isolamento e orrore cosmico che caratterizza i migliori racconti lovecraftiani.

La storia segue Paul e Barbara, una giovane coppia americana in vacanza in barca che, dopo un naufragio causato da una violenta tempesta, trova rifugio in un remoto villaggio della costa spagnola: Imboca. Ben presto, però, gli abitanti del luogo si rivelano tutt’altro che ospitali. Dietro le strade deserte, le case fatiscenti e il silenzio opprimente si cela un culto antico dedicato a Dagon, divinità marina che continua a esercitare il proprio dominio sulla comunità.

Già con la sequenza iniziale Gordon fa capire che il film sarà dominato dall’incubo. Paul sta esplorando gli abissi, vede uno strano simbolo nei fondali marini, si avvicina e gli appare una splendida sirena che, però, diventa subito minacciosa. Si sveglia di soprassalto e la compagna Barbara gli chiede “Un altro incubo?”, al che lui risponde “No. Sempre lo stesso”. È una frase che sintetizza perfettamente la natura dell’opera. In Dagon sogno e realtà non sono mai realmente separati; l’uno invade progressivamente l’altra fino a renderla indistinguibile.

La tempesta che circonda l’imbarcazione rappresenta il primo passaggio verso questo universo. Le nuvole scure, il mare in burrasca e quello scoglio affiorante su cui la barca si infrange sembrano appartenere più a un rituale che a un incidente. Il sangue che cola dalla gamba dell’amica Vicki verso l’acqua suggerisce fin da subito che qualcosa, negli abissi, abbia già iniziato a reclamarlo.

L’arte di sapersi arrangiare con poco

È proprio l’ambientazione a costituire uno dei punti di forza del film. Il villaggio di Imboca, evidente trasposizione della Innsmouth lovecraftiana, appare come un luogo sospeso nel tempo. Gordon sfrutta magnificamente le scenografie naturali, le strade deserte, gli edifici in rovina e la pioggia incessante per costruire uno spazio che sembra marcire insieme ai suoi abitanti. La fotografia, dominata da tonalità fredde e bluastre, accentua ulteriormente questa sensazione di umidità, decomposizione e isolamento.

Anche la regia contribuisce all’immersione. La macchina da presa a mano accompagna spesso Paul nei vicoli del paese come se fosse una presenza invisibile che lo osserva costantemente. Al tempo stesso Gordon alterna numerosi primi piani e dettagli — volti, mani, occhi, squame, oggetti — suggerendo gradualmente la vera natura degli abitanti senza mostrarla mai completamente fino all’incredibile conclusione. È una costruzione della tensione semplice ma estremamente efficace.

Come già accadeva in Re-Animator, Stuart Gordon dimostra una straordinaria capacità nel raccontare molto con pochi mezzi. La CGI, inevitabilmente limitata dal budget e oggi visibilmente invecchiata, rappresenta probabilmente l’unico vero punto debole dell’opera. Fortunatamente viene compensata da un uso eccellente degli effetti pratici, ancora oggi notevoli. La celebre sequenza dello scuoiamento del volto rimane uno dei momenti più disturbanti dell’horror dei primi anni 2000, grazie a un effetto fisico che restituisce tutta la brutalità della scena.

Ma Dagon non vive soltanto di gore. Gordon comprende perfettamente che il cuore dell’orrore lovecraftiano risiede nell’inevitabilità del destino. Per questo costruisce continuamente il racconto attorno al tema della dualità: “Ho due possibilità”, dice spesso il protagonista quando riflette su che strada prendere. In realtà scoprirà ben presto che la libertà di scelta è soltanto un’illusione. Ogni tentativo di fuga lo conduce inevitabilmente verso ciò che stava cercando di evitare.

Iä! Iä! Cthulhu Fhtagn!

Anche il simbolo inciso sulla chiesa, identico a quello apparso negli incubi di Paul, contribuisce a suggerire che gli eventi siano già stati scritti. Il viaggio non è una scoperta, ma un ritorno.

Tra le sequenze più riuscite spicca il lungo flashback che racconta la storia del villaggio. Accompagnato da una suggestiva colonna sonora, mostra come la disperazione abbia spinto gli abitanti ad abbandonare la propria fede per affidarsi a Dagon.

Da quel momento il film accelera verso un epilogo sempre più allucinato. Dalla distruzione della chiesa ai primi sacrifici umani, fino alla scoperta della vera esistenza della sirena vista in sogno ed il rituale conclusivo che culmina in uno dei finali più amari del cinema lovecraftiano.

Un finale che è perfettamente coerente con la poetica dello scrittore di Providence. Non esiste l’eroe che salva il mondo. Non esiste una vittoria sul male. Esiste soltanto la presa di coscienza della propria irrilevanza di fronte a forze immensamente più antiche e potenti dell’uomo.

A oltre vent’anni dalla sua uscita, Dagon continua a rappresentare uno degli adattamenti più convincenti dell’universo lovecraftiano. Non tanto perché riproduca fedelmente un singolo racconto, quanto perché riesce a catturarne l’essenza più profonda: il mare come richiamo ancestrale, i culti dimenticati, la perdita dell’identità e la scoperta di un destino già scritto.

We shall dive down through black abysses… and in that lair of the Deep Ones we shall dwell amidst wonder and glory forever (H.P. Lovecraft)

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Pubblicato inRecensione

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