Vai al contenuto

In the Mouth of Madness (1994): un’apocalisse lovecraftiana

Tra il 1980 e il 1981 Lucio Fulci gira la Trilogia della morte influenzato dai racconti di H.P. Lovecraft, mettendo così in scena la sua versione dell’orrore cosmico.

Tra il 1982 e il 1994 John Carpenter gira la sua trilogia, nota come Apocalypse Trilogy, iniziata con The Thing, proseguita con Prince of Darkness e conclusa con In the Mouth of Madness, che è il film di cui parleremo questa settimana, soprattutto perché ispirato, già a partire dal titolo, da At the Mountains of Madness, racconto del 1931 dello scrittore di Providence.

Il seme della follia

Più che adattare un singolo racconto di Lovecraft, però, Carpenter riesce a fare qualcosa di ancora più particolare: tradurne l’intera visione del mondo. La follia come conseguenza inevitabile della conoscenza, l’insignificanza dell’essere umano e l’idea che la realtà sia soltanto una fragile costruzione sono tutti elementi che attraversano il film. A questo immaginario si affianca anche una feroce critica al mondo dei mass-media, con il personaggio di Sutter Cane (autore di bestseller capace di influenzare milioni di lettori) che appare quasi come una sottile caricatura di Stephen King.

La storia segue John Trent, investigatore assicurativo incaricato di ritrovare Sutter Cane, scrittore misteriosamente scomparso poco prima dell’uscita del suo nuovo romanzo. Quella che sembra un’indagine ordinaria si trasforma presto in un viaggio verso un luogo impossibile, dove i confini tra finzione e realtà iniziano lentamente a sgretolarsi.

Fin dai titoli di testa Carpenter chiarisce il tono dell’opera. Mentre scorrono le immagini delle rotative che stampano migliaia di copie del nuovo libro di Sutter Cane, accompagnate dalla splendida colonna sonora composta dallo stesso regista, ci viene suggerito che l’orrore non nasce da un mostro nascosto nell’ombra, ma dalla diffusione di una storia. È un’apocalisse che si propaga come un prodotto di consumo.

La critica ai mass-media

L’intero film è costruito attorno a questa intuizione. Carpenter utilizza la popolarità di Cane come una feroce critica alla massificazione dei media e al potere delle narrazioni. I lettori non si limitano a consumare i suoi libri: ne vengono progressivamente posseduti. La follia si diffonde attraverso la cultura di massa, trasformando l’intrattenimento in uno strumento di manipolazione collettiva.

Il compianto Sam Neill offre, qui, una delle migliori interpretazioni della sua carriera. John Trent è inizialmente un uomo razionale, convinto che ogni evento possa essere spiegato logicamente. Proprio per questo la sua progressiva discesa nella pazzia risulta tanto efficace. Più cerca risposte, più perde ogni punto di riferimento, fino a mettere in discussione perfino la propria esistenza.

La regia di Carpenter è magistrale. Le inquadrature geometriche, l’uso costante della profondità di campo e le lenti grandangolari deformano lentamente gli spazi, facendo percepire allo spettatore la stessa instabilità vissuta dal protagonista. Il blu domina gran parte della fotografia, conferendo agli ambienti un’atmosfera fredda e irreale, mentre le architetture sembrano progressivamente trasformarsi in un labirinto mentale.

Tra le sequenze più memorabili spicca il viaggio notturno verso Hobb’s End. Le luci stroboscopiche, il misterioso ciclista che continua ad apparire lungo la strada e l’impressione di attraversare una soglia invisibile verso un’altra dimensione danno vita a uno dei momenti più ipnotici dell’intera filmografia carpenteriana. Da quel momento ogni certezza viene meno.

Straordinaria è anche la gestione degli spazi. Carpenter costruisce continuamente immagini che comunicano isolamento o accerchiamento semplicemente attraverso la disposizione dei personaggi nell’inquadratura, come quando, nella parte finale, vediamo John Trent intrappolato in un loop temporale dal quale non sembra poter uscire.

Le creature lovecraftiane appaiono soltanto quando necessario, mantenendo intatto il senso di mistero che attraversa tutto il racconto. Carpenter comprende perfettamente che il vero orrore non risiede nei mostri, ma nella consapevolezza della loro possibile esistenza.

Un’opera metacinematografica

Il cuore filosofico dell’opera emerge nel confronto tra John Trent e Sutter Cane. “Chi è nato prima: noi o il libro?” chiede lo scrittore. È una domanda che ribalta completamente il rapporto tra autore e personaggi. Carpenter trasforma così il film in una riflessione sul potere della narrazione: le storie non si limitano a rappresentare la realtà, possono crearla.

Per questo In the Mouth of Madness è anche uno straordinario esercizio di metacinema. Carpenter rompe continuamente la quarta parete, mettendo in crisi sia il protagonista, sia lo spettatore. Il finale rappresenta il culmine di questa operazione: John Trent, ormai completamente solo, entra in un cinema e assiste alla proiezione del film che abbiamo appena visto. Ride istericamente davanti allo schermo fino a cominciare a piangere, mentre noi realizziamo che anche lui è soltanto un personaggio della storia di Cane.

È uno dei finali più strani degli anni ’90. Un autentico cortocircuito tra cinema e realtà, tra autore e spettatore, tra finzione e verità.

In the Mouth of Madness continua a essere uno dei più grandi film lovecraftiani mai realizzati: Carpenter capisce che il vero orrore cosmico non consiste nella comparsa dei mostri, ma nella perdita definitiva di ogni certezza. Quando la realtà diventa soltanto una storia raccontata da terzi, non resta più nulla a cui aggrapparsi.

È così che si chiude la Trilogia dell’Apocalisse, perché scopriamo che non arriva quando il mondo finisce, ma nel momento in cui smettiamo di sapere se sia mai esistito davvero.

In The Mouth of Madness su Amazon (o forse no?)

Pubblicato inRecensione

Sii il primo a commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *